Ghappar: nel suo video gli orrori dei campi di internamento dello Xinjiang

Merdan Ghappar è in un centro di detenzione. (Immagine: YouTube/Screenshot)

Merdan Ghappar è un uomo Uiguro di 31 anni che ha lavorato come modello per numerose marche di abbigliamento. Nel gennaio di quest’anno le autorità cinesi lo hanno arrestato e spedito in un centro di detenzione. Non si hanno più notizie di lui da marzo. Fortunatamente, Ghappar è riuscito a far uscire di nascosto un video e alcuni messaggi di testo che sono finiti nelle mani della BBC.

Detenuto e torturato

Nell’agosto 2018, Ghappar ha subito l’arresto per la prima volta in vita sua. Condannato a 16 mesi di carcere con l’accusa di vendita di cannabis, i suoi amici negano con veemenza e sostengono che sia inventata. È rimasto in prigione per oltre un anno e rilasciato nel novembre 2019. Ma un mese dopo, avvicinato dalla polizia, gli è stato chiesto di tornare nella sua città natale nello Xinjiang per completare un processo di registrazione. Così, nel gennaio 2020, è stato riaccompagnato nella regione dello Xinjiang, per non essere più visto. La sua famiglia era convinta che Ghappar fosse stato mandato in un campo di internamento.

Più di un mese dopo la sua scomparsa, la famiglia di Ghappar ha ricevuto la notizia shock: il 31enne stava usando un cellulare all’interno del centro di detenzione per comunicare con il mondo esterno. Nel video, Ghappar è in una stanza vuota con finestre in rete d’acciaio e pareti sudice. I suoi vestiti sono sporchi e il suo polso sinistro è ammanettato al letto, che è praticamente l’unica cosa mobile dell’intera stanza. Le caviglie di Ghappar sembrano gonfie. In una serie di messaggi di testo, Ghappar spiega le pietose condizioni della sua esistenza al campo.

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I suoi vestiti sono sporchi e il suo polso sinistro è stato ammanettato al letto, che è praticamente l’unica cosa mobile dell’intera stanza. (Immagine: YouTube / Screenshot)

Condizioni estreme

Nella stanza, di meno di 50 metri quadrati, Ghappar è stato detenuto con altre 50-60 persone. Ogni singola persona era costretta a indossare tute nere con cappuccio, catene alle gambe, manette e una catena di ferro che collegava le manette ad un punto fisso. «Alzai il cappuccio sulla testa e dissi all’agente di polizia che le manette erano così strette che mi facevano male ai polsi… Lui mi gridò ferocemente, dicendo: «Se ti togli di nuovo il cappuccio, ti picchio a morte». E dopo di che, non ho osato parlare… Morire qui è l’ultima cosa che voglio», ha detto uno degli sms, come riportato dalla BBC.

I detenuti erano costretti a condividere alcune ciotole di plastica e cucchiai per nutrirsi. Molti di loro hanno finito per soffrire di pidocchi. Ghappar sentiva costantemente urla fortissime provenire da altre aree della prigione, che secondo lui erano stanze per gli interrogatori. Quando è scoppiato il COVID-19, nello Xinjiang, divieti e le restrizioni venivano osservati in modo molto rigoroso. Ghappar racconta di un caso in cui quattro uomini sono stati portati in prigione e picchiati perché avevano giocato a basket all’aperto. Gli uomini avevano le natiche aperte e non potevano sedersi. La polizia fece indossare a tutti i detenuti delle maschere, anche se avevano già il cappuccio.

Dopo aver inviato alcuni messaggi al mondo esterno, Ghappar ha smesso di comunicare e da allora non ha più ricevuto alcun messaggio. Interrogati sulla detenzione e sulle manette di Ghappar, le autorità cinesi hanno affermato che egli aveva commesso atti di autolesionismo e di violenza contro la polizia. Tuttavia, suo zio Abdulhakim ha smentito le dichiarazioni, dicendo che qualsiasi danno abbia subito Ghappar è stato inflitto da funzionari cinesi.

Profanazione della moschea

Pechino avrebbe distrutto una moschea nella regione dello Xinjiang e costruito un bagno pubblico al suo posto. La moschea, situata nel villaggio di Suntagh di Atush, venne demolita nel 2018. Il bagno è stato costruito dai compagni cinesi Han, ma non è stato ancora aperto. Una fonte anonima della regione che ha parlato con Radio Free Asia ha rivelato che il luogo non ha mai avuto bisogno di un bagno pubblico.

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La Cina sta demolendo moschee nello Xinjiang da diversi anni. (Immagine: Pixabay / CC0 1.0)

Egli ritiene che il gabinetto sia stato costruito per coprire le rovine della moschea distrutta. Un’altra moschea della regione abbattuta nel 2019 è stata sostituita con un negozio che ora vende sigarette e alcolici. La distruzione e la profanazione di questi siti religiosi fanno parte del programma governativo «Rettificazione della moschea» lanciato nel 2016. Secondo questa campagna, quasi il 70 per cento delle moschee dello Xinjiang sarebbero state demolite con la scusa della «sicurezza sociale».

Tradotto da: Monica Padoan

Articolo in inglese: https://www.visiontimes.com/2020/08/21/merdan-ghappars-video-exposes-the-horrors-of-xinjiangs-internment-camps.html