Il ministro degli esteri cinese Wang Yi cerca alleanze: Italia (parte 1)

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Il ministero degli Affari Esteri Italiano. (Immagine: Concessione dell'autore)

Nonostante il Parlamento chiuso, gli italiani in vacanza e la calura estiva, il 25 agosto il Ministro degli esteri cinese Wang Yi e il Ministro degli esteri italiano Di Maio hanno tenuto un incontro a Villa Madama a Roma. È stata la prima tappa del suo tour che coinvolgerà anche Paesi Bassi, Norvegia e Francia. Ma è stato trattato freddamente dal governo locale e ha incontrato proteste.

Con pochissimi giorni di preavviso venerdì 21 agosto è giunta la notizia dell’imminente incontro dei due ministri e per ragioni di sicurezza e salute, la conferenza stampa era aperta a pochissimi giornalisti accreditatisi presso il Ministero degli Esteri.

Quasi in contemporanea all’incontro si è tenuta una ‘spontanea’ conferenza stampa fuori la Farnesina, organizzata dall’Alleanza Interparlamentare sulla Cina (IPAC). Hanno partecipato l‘ex Ministro degli esteri Giulio Terzi di sant’Agata, il co-presidente dell’IPAC Lucio Malan, l’onorevole Federico Mollicone e l’attivista per la democrazia da Hong Kong Nathan Law.

Sempre nella mattinata in vista dell’incontro del rappresentante del governo italiano col ministro cinese, i praticanti della Falun Dafa hanno tenuto un sit-in a pochi passi del Ministero degli affari esteri, per ricordare la persecuzione del Falun Gong in Cina ed il prelievo forzati degli organi ai danni dei prigionieri di coscienza in Cina.

Falun Dafa
Striscione delle Falun Dafa tenuto dai praticanti, che hanno tenuto un sit-in vicino il Ministero degli Affari Esteri, in vista dell’incontro del ministro degli esteri cinese Wang Yi e il suo omologo Di Maio. (Concessione dell’Autore)

Di Maio e Wang Yi

Nell’incontro dei due ministri Di Maio sembra aver preso una posizione più chiara verso verso l’Alleanza atlantica, ma non ha neanche messo da parte il riconoscimento dell’importanza della Cina.

Secondo l’Ansa ha infatti affermato in conferenza stampa: «la nostra collocazione internazionale è ben chiara a tutti, a partire dalla nostra appartenenza alla Nato che è più forte che mai. Questo ci permette di avere un rapporto sano e leale con la Cina».

Anche se non si è voluto sbilanciare troppo su Hong Kong quando ha affermato: «è indispensabile preservare l’alto grado di autonomia e libertà. Seguiremo con molta attenzione i risvolti della nuova legge sulla sicurezza nazionale. Ho ribadito che con i partner europei riteniamo che stabilità e prosperità di Hong Kong, sulla base del principio un Paese due sistemi, siano essenziali».

Alle sue parole il ministro cinese Wang Yi ha precisato: «Con il ministro Di Maio ci siamo confrontati su Hong Kong nel rispetto di uno spirito di non ingerenza. Gli ho detto che il motivo della legge sulla sicurezza è colmare le falle che esistevano da tanti anni e combattere gli atti violenti che avvengono dappertutto nell’isola. Abbiamo fatto la legge per garantire i diritti di tutti e l’autonomia».

Il ministro di Maio sembra non aver fatto alcun accenno alla responsabilità cinese per la pandemia che ha provocato migliaia di morti in Italia, né alla complicità delle OMS nella copertura dei dati veri sulla pericolosità e diffusione del virus.

Anche su temi strettamente economici non si è parlato, almeno in conferenza stampa, sulla posizione italiana ufficiale su Huawei per il 5G. Non è sicuro se siano stati ribaditi, confermati o messi in stand by i precedenti accordi del ‘memorandum sulla Via della Seta’.

Ipac, Hong Kong e ciò che ‘è sfuggito’

Nella conferenza stampa organizzata invece dall’IPAC fuori la Farnesina erano presenti, oltre che i giornalisti, l’attivista filo democratico Nathan Law (attivista per la Democrazia di Hong Kong) il senatore Lucio Malan, co-presidente dell’IPAC, il deputato Federico Mollicone, l’ex ministro degli esteri Giulio Maria Terzi di Sant’Agata (presidente del Comitato Mondiale per lo Stato di Diritto – Marco Pannella), Laura Harth (rappresentante all’ONU del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito).

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Nathan Law (al centro) attivista pro-democrazia di Hong Kong parla davanti alla Farnesina; (da destra a sinistra) Laura Harth, rappresentante all’ONU del Partito Radicale Nonviolento; il senatore di Forza Italia Lucio Malan co-presidente dell’IPAC; l’onorevole Federico Mollicone; e Giulio Terzi di Sant’Agata, ex ministro degli esteri.

Nell’incontro sono stati affrontanti temi molto sensibili e problematici, da tenere in considerazione quando un Paese democratico si mette a confronto con una dittatura comunista.  Alcuni di essi sono stati: rispetto dei diritti umani, autonomia territoriale, libertà di religione (Cristianesimo, Falun Gong, Islam), rispetto delle minoranze etniche (Tibet, Uiguri) Diritto, Hong Kong, informazione e internet, censura, sicurezza informatica.

L’attivista Nathan Law, ora in esilio proprio a causa dalla nuova legge sulla sicurezza nazionale (di Hong Kong), ha affermato: «Il messaggio che porto è molto chiaro: dobbiamo affrontare il tema delle violazioni dei diritti umani in Cina anche quando ci incontriamo con loro, e dobbiamo essere molto consapevoli dell’infiltrazione e della natura autoritaria ed espansionistica» del regime».

Anche il senatore Lucio Malan ha affrontano la «questione dei diritti umani in generale e rispetto alla legge sulla sicurezza di Hong Kong, che non dimentichiamo comporta anche la possibilità di perseguire dei cittadini né della Cina, né di Hong Kong, anche all’estero, per atti fatti all’estero, per cui è un fatto estremamente preoccupante».

L’onorevole Mollicone ha dichiarato: «Siamo qui proprio nello stesso giorno di questa visita ufficiale, segreta di fatto perché non nota neanche al Parlamento, per ribadire che noi siamo con il popolo cinese e con il popolo di Hong Kong a difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Cosa prevede questo? Prevede anche una ridiscussione della Via della Seta, i cui allegati tecnici sono ancora segretati e anche della cyber-security rispetto al 5G».

Falun Dafa e prigionieri di coscienza in Cina

Contemporaneamente ai due incontri, vari praticanti della Falun Dafa provenienti da tutta Italia hanno tenuto un sit-in per ricordare la persecuzione del Falun Gong (o Falun Dafa) in Cina, e il prelievo forzato di organi ai danni dei prigionieri di coscienza in Cina.

Praticanti del Falun Gong chiedono la fine delle persecuzione in Cina. (Concessione dell’autore)

Il Falun Gong è una disciplina di meditazione e miglioramento interiore basata sulla coltivazione dei principi di verità, compassione e tolleranza; negli anni ’90 era diventata molto diffusa e praticata in Cina, finché l’allora segretario del Partito Comunista Cinese Jiang Zemin ha lanciato una campagna di repressione per sradicarla dal Paese. Tuttavia, si stima che ancora oggi milioni di cinesi continuino a praticare questa disciplina in Cina, nonostante la persecuzione.

Anche i partecipanti all’incontro orgnanizzato dall’IPAC hanno fatto diversi riferimenti alla persecuzione dei praticanti del Falun Gong in Cina. L’ambasciatore ed ex ministro degli esteri Giulio Terzi di Sant’Agata ha espresso «solidarietà a tutte le componenti e le minoranze etniche, religiose, culturali della Cina, in particolare in Tibet, in Xinjiang, e ai 100 milioni di membri del Falun Gong perseguitati dalla fine degli anni ‘90».

In Cina persone innocenti detenute per la loro fede come i praticanti del Falun Gong, i Tibetani, gli Uiguri e i Cristiani indipendenti, vengono uccise sistematicamente dal regime comunista per i loro organi, così da alimentare il ‘fiorente’ mercato dei trapianti.

Ricordiamo che il 7 gennaio 2017 è entrata in vigore la prima legge italiana sul prelievo forzato di organi che introduce, nel codice penale, il delitto di traffico di organi prelevati da persona vivente e prevede un’aggravante quando la commissione di tale delitto sia l’obbiettivo di una associazione a delinquere.

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Praticanti del Falun Gong denunciano il prelievo forzato di organi in Cina ai danni dei prigionieri di coscienza. (Concessione dell’autore)

L’introduzione del nuovo articolo 601 bis punisce il commercio illecito di organi, prevedendo la reclusione da 3 a 12 anni e la multa da 50 mila a 300 mila euro a carico di chiunque, illecitamente, commercia, vende, acquista, ovvero in qualsiasi modo e a qualsiasi titolo, procura o tratta organi o parti di organi prelevati da persona vivente. Se l’autore di questo reato poi, è una persona che esercita la professione sanitaria, c’è anche l’interdizione perpetua dall’esercizio della professione. Quindi in pratica punisce due diverse condotte: la prima, è l’organizzazione o la propaganda di viaggi finalizzati al traffico di organi o parti di organi, e l’altra è la pubblicizzazione o la diffusione con qualsiasi mezzo, anche per via informatica o telematica, di annunci che servono e sono finalizzati al suddetto traffico.

Il documentario che racconta la storia di un medico cinese costretto a condurre operazioni di prelievo forzato di organi che pentitosi è fuggito in Inghilterra dove ha raccontato come funziona lo spaventoso ‘mercato’ dei trapianti in Cina.