La Panacea

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Il caduceo, simbolo di rimedio universale. (Foto di Gordon Johnson da Pixabay)

Via della seta

Si narra che Panacea, antico personaggio della mitologia greca, avesse una pozione con cui potesse curare tutti i malati. Ed è da ciò che in medicina arriva il concetto di panacea, intesa come rimedio universale in grado di curare tutte le malattie.

Le civiltà antiche, subirono da sempre calamità naturali, disastri e pestilenze in un determinato periodo storico, che portarono a delle importanti lezioni da cui oggi possiamo trarre insegnamento.

La peste del X|X secolo, si pensa che fu probabilmente trasmessa, a causa dell’unica rotta commerciale che collegava l’Asia all’Europa, chiamata “la via della seta”. Un grande viaggio culturale oltre che commerciale, che affascinò per secoli i mercanti e gli avventurieri che la percorsero, come Marco Polo. Collegava l’est con l’ovest del mondo per migliaia di anni attraversando regioni e territori diversi tra loro, ma che portò, insieme a spezie e ceramiche d’alto pregio, anche le gravi epidemie, come appunto quella della peste nera, che distrusse un terzo della popolazione mondiale facendo più di 20 milioni di morti.

La peste che colpì l’Italia

Nel 1576, quando la peste scoppiò in Italia, nella città di Milano, il cardinale Carlo Borromeo, era fermamente convinto che l’epidemia fosse “un flagello mandato dal cielo» mandato per punire i peccati del popolo. Un vero castigo divino e che fosse necessario utilizzare la preghiera e la penitenza. Carlo Borromeo rimproverò dunque le autorità civili per aver messo in atto solo mezzi umani piuttosto che mezzi divini e ricordò un passo biblico:

«Non avevano essi proibito tutte le riunioni pie, tutte le processioni durante il tempo del Giubileo?»

Lui ne era convinto, furono queste le cause del castigo. Le autorità cittadine che governavano la città all’epoca, si opposero alle cerimonie pubbliche, per paura che le riunioni e gli agglomerati di persone potessero far dilatare il contagio. Carlo Borromeo li convinse diversamente portandone diversi esempi, tra cui quello di Papa Gregorio Magno che placò la peste che devastò Roma.

Papa Gregorio, detto il grande, organizzò nel mezzo della terribile pestilenza che colpì la città di Roma nell’anno 590, solenni processioni per tre giorni consecutivi verso la basilica di Santa Maria Maggiore e dove Ordinò la recita della «litania settiforme». Gregorio Magno, invitò i fedeli a supplicare, e mentre pregavano, ottanta persone, nel giro di un’ora, morirono. il Papa disse ai fedeli rimasti di avere fede e a continuare la loro supplica. Alla fine, mentre attraversava l’odierno Ponte Sant’Angelo, Gregorio Magno ebbe la visione dell’Arcangelo Michele, in cima all’allora Mole Adriana, nell’atto di rimettere la spada nel fodero. Fu questo il segno dell’imminente fine della peste.

Allo stesso modo l’arcivescovo Borreomeo, ordinò tre processioni generali da svolgersi a Milano il 3, 5 e 6 di ottobre durante l’epidemia. Egli stesso si pose alla testa del popolo in processione, vestito della cappa paonazza, con un cappuccio, a piedi nudi e la corda di penitente al collo. Puntava il dito sul fatto che i peccati del popolo avessero provocato la punizione di Dio. L’arcivescovo Carlo ordinò che venissero erette, nelle principali piazze ed incroci cittadini, circa venti colonne in pietra sormontate da una croce, poi chiamate, in seguito, crocette. Queste furono erette per permettere agli abitanti di ogni quartiere e di ogni strada di partecipare alle messe e alle preghiere pubbliche affacciandosi alle finestre di casa.

E venne cosi reclamato da una lettera del 29 ottobre 1576:

“ Hoggi si è dato principio alla quarantena generale e poiché le persone stavano alla porta, si è fatto grida che non vi stiano, et assai presto un’altra che si tengano le porte serrate di dentro. Si piantano adesso altari in molti luoghi della città allo scoperto per dir messa in luogo che dalla finestra si possa se non udire, vedere; “

Carlo Borromeo raccolse i suoi resoconti in un Memoriale, in cui scrive: «Città di Milano, la tua grandezza si alzava fino ai cieli, le tue ricchezze si estendevano fino ai confini dell’universo mondo. Ecco in un tratto dal Cielo che viene la pestilenza che è la mano di Dio, e in un tratto fu abbassata la tua superbia» Proclamando cosi la fine della peste.

Archangelo Michele (Immagine Pixabay).

La panacea nell’antichità

In generale, per gli antichi le pandemie erano una punizione divina, inflitta a causa di qualche grave colpa commessa dagli uomini.

Fra gli episodi più famosi, ricordiamo la terribile pestilenza cagionata dal dio Apollo nel campo Acheo durante la guerra di Troia.

L’episodio è descritto nell’Iliade. La divinità aveva punito un’offesa perpetrata al suo onore da Agamennone, che si dimostrò restio a restituire a Crise, il suo sacerdote, la figlia Criseide. Quest’ultima era diventata schiava di Agamennone durante il conflitto.

Nella antica tradizione dei paesi orientali, invece, i cinesi credevano che l’epidemia venisse diffusa dagli spiriti malefici e capricciosi di defunti vendicativi. Soltanto secoli dopo, quando la religione popolare si era sufficientemente arricchita di taoismo, buddismo e confucianesimo, che la nascita e la diffusione delle epidemie, ebbero un’interpretazione più ampia; che trova similitudini con le comprensioni dei popoli che vissero i momenti bui della nostra storia: Considerate quindi come punizioni divine per le cattive condotte dell’umanità.

Sembrerebbe che in antichità, una soluzione comune fosse quella di fare affidamento sulla divina provvidenza e chiedere il tempo per redimersi dai propri peccati. Solo cosi ci si poté liberare, solo questa fu la Panacea.