Massacro di Tienanmen, la verità e le lezioni

Il massacro di Tienanmen, denominato l'"incidente del 4 giugno" 1989 rimane uno degli argomenti più pesantemente censurati in Cina. Da quel momento il Partito decise a qualunque costo di seguire la strada dell'autoritarismo marxista-leninista.
Manifestanti in Piazza Tiananmen, Pechino, maggio 1989. (Immagine: David Turnley/Getty Images)

Nel 1989, la Cina comunista ha commesso un massacro uccidendo migliaia di persone nel centro di Pechino, a Piazza Tienanmen. Gli effetti di quel massacro durano fino ad oggi.

Più di trent’anni fa, ci fu un breve momento in cui il popolo cinese trovò l’opportunità di autogovernarsi, e ci era quasi riuscito. 

Nel maggio 1989, per circa tre settimane, milioni di persone in tutta Pechino, seguendo l’esempio di studenti e insegnanti delle scuole della capitale, si sono distinti opponendosi alla diffusa corruzione dei funzionari del Partito Comunista e per sostenere le crescenti richieste di riforma politica. 

Dal 13 maggio alla fine del mese, la dirigenza del Partito prese in considerazione la situazione e formulò la propria reazione. In quel momento i residenti di Pechino godevano di un’atmosfera aperta, rimasta ordinata e pacifica nonostante l’effettiva scomparsa dell’amministrazione statale. 

I manifestanti confluirono in Piazza Tiananmen, che si trova davanti all’antico complesso del palazzo della Città Proibita e ad est di Zhongnanhai, sede del Partito Comunista Cinese (PCC). 

Un testimone oculare, Chen Gang, allora studente universitario, ha ricordato che la polizia stradale abbandonò le sue postazioni e in molti si unirono agli eventi. Eppure i loro posti erano semplicemente occupati da volontari. La gente del posto portava rifornimenti ai manifestanti in piazza; nonostante le dimensioni della folla, i rifornimenti erano distribuiti equamente e senza litigi.

In un documentario, pubblicato da The Epoch Times nel 2016, Chen dichiara: “Fu un momento emozionante: non mi sarei mai aspettato che lo slogan comunista di ‘Assegnare i beni materiali abbondanti alle persone secondo le loro necessità’ sarebbe stato realizzato lì a Piazza Tiananmen, liberato dall’organizzazione del Partito”.

studenti cinesi in protesta
Studenti in protesta mostrano i rapporti dei soldati cinesi sulle loro proteste in un giornale di Pechino. Il giorno prima, il 20 maggio, il PCC aveva dichiarato la legge marziale. (Immagine: Peter Turnley/Getty Images)

Le massicce manifestazioni si sarebbero infine concluse con il massacro di Tienanmen del 4 giugno. Questo fu poi seguito da un’ondata di repressione spietata contro coloro che si riteneva avessero avuto un ruolo nel movimento. L'”incidente del 4 giugno” rimane uno degli argomenti più pesantemente censurati in Cina, ed è visto da molti come un fatidico spartiacque nella storia del paese – quando il Partito decise a qualunque costo di seguire la strada dell’autoritarismo marxista-leninista.

Tuttavia, all’epoca, c’erano ancora molte ragioni perché i cinesi, dai comuni cittadini ai riformatori nella leadership, nutrissero speranza. 

Lo spirito di riforma

Alla fine degli anni ’80, la Cina era un luogo molto diverso da come si sarebbe sviluppata nei decenni a venire. Il leader del PCC Deng Xiaoping aveva istituito la politica di “riforma e apertura“, allontanando il paese da una rigida economia pianificata. Come parte di questa spinta, Deng permise ai funzionari di mentalità liberale di salire ai ranghi più alti del Partito Comunista. 

Hu Yaobang assunse la carica di presidente del partito, in seguito divenne segretario generale. Insieme al premier cinese Zhao Ziyang,i due uomini sono stati elogiati da Deng come le sue “mani destra e sinistra” nel tentativo di modernizzare e liberalizzare la Cina. 

ex presidente del PCC  Hu Yaobang (R, 1915-89) e Deng Xiaoping (1904-97)
Immagine datata 1 settembre 1981 a Pechino dell’allora presidente del PCC Hu Yaobang (R, 1915-89) e Deng Xiaoping (1904-97), che detenevano di fatto il potere nel regime. (Immagine: AFP tramite Getty Images)

Sotto Deng – che è rimasto de facto in carica nonostante non abbia assunto formalmente la leadership – Hu e Zhao, la Cina ha visto l’alba della sua crescita economica esplosiva. I cinesi comuni potevano ora avviare attività commerciali, privilegio riservato un tempo alle aziende statali.  Man mano che studenti e imprenditori si recavano all’estero i contatti con il mondo esterno aumentarono. Si materializzò un boom nella cultura popolare e nell’espressione intellettuale. 

In un paese in cui l’ideologia comunista è stata scritta nella costituzione e ha fornito il mandato per il violento governo autoritario del PCC, le riforme economiche e sociali hanno inevitabilmente suscitato polemiche. Tuttavia, anche i leader del Partito non avevano paura di allargare i confini. 

Zhao Ziyang ha elaborato piani seri per separare l’amministrazione del governo cinese dall’autorità del PCC, cosa oggi impensabile. Hu Yaobang, da parte sua, quando gli chiesero quali aspetti della teoria del leader comunista fondatore Mao Zedong fossero desiderabili per la Cina moderna, rispose che non ce n’erano. 

E sul campo, il clima rilassato portò al dissenso anche prima degli eventi del 1989. Dal “muro della democrazia” e dai vari tentativi tra fine degli anni ’70 e primi anni ’80 di istituire elezioni locali, questo dissenso crebbe e condusse a maggiori proteste per riforme in stile occidentale.

stupenti piazza Tienanmen
Studenti in piazza Tiananmen, a Pechino, alzano uno striscione per chiedere un governo rappresentativo. Sono alla fine di uno sciopero della fame senza successo. (Immagine: Jacques Langevin/Getty Images)

Le proteste di piazza Tienanmen sono spesso ricordate per la loro difesa della democrazia e della modernizzazione politica. Tuttavia per molti partecipanti ordinari le richieste erano più semplici: ridurre la diffusa corruzione della burocrazia del Partito e renderli responsabili nei confronti del pubblico.  

Tali richieste allarmarono il Partito Comunista, soprattutto quelli che avevano già delle riserve sull’allontanarsi dal percorso marxista classico. Questo, sia per una maggiore rappresentanza politica che per un’equità pratica. Nel 1987, credendo che Hu si fosse spinto troppo oltre, Deng Xiaoping e altri funzionari forzarono le dimissioni del segretario generale, sostituendolo con Zhao Ziyang. Sebbene Zhao fosse il responsabile della riforma economica di Deng e un promotore della riforma, la rimozione di Hu Yaobang fu un segnale minaccioso e sgradito per milioni di persone.

Una tragedia storica

Per molti, Hu aveva personificato la speranza che la Cina potesse passare dall’autoritarismo alla democrazia. Due anni dopo il suo ritiro forzato, la morte di Hu, il 15 aprile 1989, ha scatenato un’ondata di dolore nazionale. 

Tuttavia, ciò che è iniziato come una commemorazione del defunto riformatore si è presto trasformato in nuove richieste di cambiamento democratico. Al di fuori di Pechino, le proteste sono cresciute in dozzine di città cinesi in un movimento che comprendeva decine di milioni di persone.

Le proteste del 1989 si sono verificate sullo sfondo di movimenti popolari simili che erano in procinto di abbattere i regimi comunisti sostenuti dai sovietici nell’Europa orientale. Ma in posti come la Polonia e la Germania dell’Est, milioni di persone hanno marciato per abbattere completamente il comunismo. Mentre in Cina i manifestanti cinesi erano convinti della capacità del PCC di cambiare in meglio. 

Data la posizione di Zhao Ziyang, egli avrebbe potuto prendere provvedimenti per aiutare il movimento democratico ed effettivamente l’ha fatto. Sfortunatamente, era assente alle riunioni esecutive critiche che hanno plasmato la reazione del Partito; in un episodio, era in visita di stato in Corea del Nord. Inoltre, con il sindaco di Pechino Chen Xitong e il premier Li Peng che cospiravano per colorare le proteste nel modo più allarmante prima di Deng, gli integralisti del PCC videro un’apertura nel mezzo dei disordini.

Già il 26 aprile, dopo essersi schierato con queste opinioni intransigenti, Deng Xiaoping aveva pubblicamente definito le proteste una “rivolta”. 

manifestanti pro democrazia e poliziotti
Diverse centinaia dei 200.000 studenti e manifestanti pro-democrazia faccia a faccia con poliziotti fuori dalla Grande Sala del Popolo in Piazza Tiananmen il 22 aprile 1989 a Pechino. Stanno prendendo parte alla cerimonia funebre dell’ex leader del Partito Comunista Cinese e riformatore liberale Hu Yaobang durante una manifestazione non autorizzata per piangere la sua morte. (Immagine: CATHERINE HENRIETTE/AFP tramite Getty Images)

L’accusa si scontrava con l’esperienza dello studente universitario Chen Gang, secondo cui l’atmosfera tra i manifestanti era pacifica al punto che “anche i ladri hanno rinunciato a rubare”.

In particolare, le scene di ordine che Chen Gang vide all’epoca manifestavano il desiderio di dimostrare che il movimento democratico non era violento o anti-PCC:

La capitale era semplicemente fuori dal dominio del Partito Comunista“, ha ricordato. “Non volendo fornire alle autorità alcuna scusa per reprimere le manifestazioni, gli studenti hanno collaborato per istituire un meticoloso regime di legge e ordine sociale, a cominciare dalla direzione del traffico”.

Il 20 maggio successivo, quando Deng Xiaoping dichiarò la legge marziale e inviò truppe per sgomberare i manifestanti, le masse opposero resistenza nonviolenta alle colonne dell’Esercito Popolare di Liberazione che entravano in città. 

La situazione di stallo persistette e peggiorò nelle due settimane successive. Alla fine, nella notte tra il 3 e il 4 giugno, alcune formazioni inviate e più agguerrite, spazzarono via le migliaia di manifestanti rimasti in piazza Tienanmen facendo un massacro.

segretario generale Zhao ZIyang
Il Segretario Generale del PCC Zhao Ziyang (C) si rivolge agli studenti in sciopero della fame attraverso un megafono all’alba del 19 maggio 1989 in uno degli autobus in Piazza Tiananmen. Zhao fu presto rimosso dal suo incarico. (Immagine: XINHUA/AFP tramite Getty Images)

Negli ultimi giorni prima dell’imposizione della legge marziale, Zhao Ziyang, al tramonto del suo potere, fece visita agli studenti in piazza: “Siamo arrivati ​​troppo tardi. Siamo spiacenti. Parli di noi, ci critichi. È tutto necessario».

Sulla scia del massacro di Tienanmen, Zhao fu rimosso dal suo incarico e posto agli arresti domiciliari. Il suo successore, Jiang Zemin, era stato segretario del PCC di Shanghai. Venne scelto per la carica a causa della sua posizione proattiva nel chiudere una pubblicazione liberale a Shanghai quando si rifiutò di autocensurare la sua copertura pro-dimostrazione.

‘Uccidere 200.000 in cambio di 20 anni di stabilità’

In Occidente, la foto del solitario “Tank Man” in piedi su una colonna di carri armati del PLA che avanzano per le strade, è un simbolo di resistenza ben riconosciuto. Ma per la maggior parte dei cinesi di oggi, che vivono 30 anni dopo lo spargimento di sangue avvenuto nel centro della capitale della loro nazione, l’eredità del massacro di Tienanmen è un episodio fantasma della storia, diviso tra voci di attivisti, propaganda del regime e ricordi sbiaditi. 

Fino a poco tempo fa, con il divieto delle attività in lutto per le vittime del massacro di Tienanmen a Hong Kong, le persone nell’ex colonia britannica organizzavano diligentemente raduni commemorativi ogni anno. Nella Cina continentale, gli eventi del 4 giugno 1989 sono soggetti a un esercizio orwelliano (distruttivo per una società libera e aperta) di controllo della realtà e revisionismo storico sul continente. 

Oltre a censurare tutte le informazioni disponibili riguardanti le proteste, i troll Internet pagati dal PCC, noti come wumao, confondono ulteriormente le acque offrendo resoconti falsi o fuorvianti delle proteste. E ciò che non può essere negato viene semplicemente spazzato via come irrilevante nel grande flusso della presunta ascesa della Cina. 

Negli anni successivi al massacro di Tienanmen, Deng Xiaoping riprese le sue riforme, sebbene il contenuto politico fosse ormai un terzo binario: in un famigerato discorso, Deng affermò che ne valeva la pena “uccidere 200.000 persone in cambio di 20 anni di stabilità“. A dire il vero, questa era una cifra esagerata, basata sulla convenzione cinese di contare grandi numeri per decine di migliaia. Ma il punto era chiaro: fare soldi andava bene, purché non interferisse con il governo del Partito Comunista.

La logica di Deng è stata messa in atto su scala drammatica e con un’intensità sbalorditiva. A partire dagli anni ’90, sotto la guida del leader del PCC Jiang Zemin, ai funzionari del Partito venne ufficialmente permesso di essere coinvolti negli affari, unendo l’autoritarismo del Partito Comunista al pieno mercantilismo. Jiang ha invitato i quadri del partito a “restare in silenzio e fare enormi fortune”, cosa che hanno fatto a qualsiasi costo.

Sotto la coltre dell’ascesa economica della Cina – dall’avere un PIL paragonabile per dimensioni a quello di Tokyo negli anni ’90 ad essere il secondo dopo gli Stati Uniti – il PCC ha solo rafforzato i suoi mezzi totalitari. La persecuzione di Jiang Zemin della popolare pratica spirituale del Falun Gong ha aperto la porta alla repressione di altri gruppi politicamente indesiderabili. L’afflusso di denaro ha dato a Pechino l’accesso a una vasta gamma di miglioramenti per il suo moderno stato autoritario. L’elenco va dai chip per computer di origine occidentale utilizzati nei sistemi di sorveglianza di massa costruiti da Huawei, ai farmaci immunosoppressori per i trapianti di organi prelevati da prigionieri di coscienza. 

Le conseguenze del massacro di Tienanmen e la sanguinosa fine della riforma politica sono evidenti. Come le democrazie occidentali avanzate, la Cina è diventata una società sempre più materialista,. I livelli di consumo sono in continua crescita ed è venerato lo status socioeconomico. Il Partito Comunista non pretende più di rappresentare il popolo per meriti marxisti, ma secondo quanto può arricchirlo. 

Tradotto da Monica Padoan

Articolo in inglese: https://www.visiontimes.com/2021/06/04/the-truth-and-lessons-of-tiananmen.html