PER RSF il PCC è ancora il sistema più noto al mondo di persecuzione dei giornalisti

Il sistema di persecuzione del PCC ha messo in prigione 120 giornalisti, tenendoli in condizioni che RSF descrive come «una minaccia per le loro vite». Le preoccupazioni sono sull'uso della tecnologia da parte del PCC per installare il controllo totale della parola e delle informazioni nel paese.
I sostenitori di Reporter Senza Frontiere (RSF) protestano davanti alla Porta di Brandeburgo il 7 ottobre 2020 a Berlino, Germania. L'indice annuale della libertà di stampa di RSF è stato cauto nel tracciare il corretto parallelo tra la crescente censura dei media e dell'informazione riscontrata in America, basandosi sulla pandemia di SARS-CoV-2 come scusa, e su come il Partito Comunista Cinese conduce gli affari nel suo territorio. (Immagine: Maja Hitij/Getty Images)

Reporter Senza Frontiere (RSF) ha pubblicato il suo indice annuale sulla libertà di stampa. Ha rivelato che il Partito Comunista Cinese (PCC) continua ad essere il più noto sistema al mondo di persecuzione dei giornalisti, e di coloro che difendono la libertà di stampa e informazione. RSF ha classificato il regime comunista al posto 177 su 180 nazioni, con solo Turkmenistan, Corea del Nord ed Eritrea che se la cavano peggio. 

Secondo l’Indice, il Partito comunista ha messo in prigione 120 giornalisti, tenendoli in condizioni che RSF descrive essere «una minaccia per le loro vite». L’Indice ha espresso le preoccupazioni sull’uso della tecnologia da parte del PCC per installare il controllo totale della parola e delle informazioni nel paese:

«Facendo un ampio uso della tecnologia più recente, il presidente Xi Jinping è riuscito a imporre un modello sociale basato sul controllo di notizie e informazioni e la sorveglianza dei cittadini».

Un elemento di preoccupazione nel rapporto è stato il controllo narrativo del PCC sull’epidemia di SARS-CoV-2. IL virus probabilmente ha avuto origine dall’Istituto di virologia di Wuhan, l’unico laboratorio cinese di livello 4 di biosicurezza.

«Il governo ha anche intensificato il controllo sulle reti social, censurando molte parole chiave legate al coronavirus. Inoltre, ha intensificato la repressione dei corrispondenti esteri, dei quali ne sono stati espulsi 16 dall’inizio dell’anno».

Membri di Amnesty International interpretano censura contro i giornalisti
Membri di Amnesty International interpretano la censura contro i giornalisti imbavagliando e circondando presunti giornalisti da finta polizia il 31 maggio 2008 a Parigi durante l’evento “Un’arena per i diritti umani in Cina”, in vista dei giochi olimpici di Pechino di questa estate. (Immagine: MIGUEL MEDINA / AFP tramite Getty Images)

«L’organizzazione, in una sezione dedicata alla censura COVID-19 e disinformazione nella regione Asia-Pacifico, ha dichiarato: «La Cyberspace Administration of China (CAC), un’agenzia supervisionata personalmente da Xi, ha implementato una vasta gamma di misure volte a controllare le informazioni accessibili ai 989 milioni di utenti Internet in Cina».

«Grazie al suo massiccio uso di nuove tecnologie e un esercito di censori e troll, Pechino riesce a monitorare e controllare il flusso di informazioni, spiare e censurare i cittadini online e diffondere la sua propaganda sui social media. Il regime sta anche espandendo la sua influenza all’estero con l’obiettivo di imporre la sua narrativa al pubblico internazionale e promuovere la sua perversa equazione tra giornalismo e stato».

Il rapporto ha inoltre scoperto che i regimi autoritari, proprio come il cartello Big Tech con sede negli Stati Uniti, stavano usando la pandemia come scusa per sopprimere la «disinformazione».

Elevato controllo da parte del sistema di indagine del PCC

Essa, fondamentalmente include qualsiasi informazione che possa contraddire la narrativa centralizzata del Partito Comunista Cinese. La soppressione delle informazioni relative a COVID-19 è risultato anche nei paesi classificati con un ranking elevato nell’Indice. 

Ad esempio, in Norvegia, che si è classificata al primo posto nello studio, diversi giornalisti si lamentavano del fatto che lo stato ha bloccato l’accesso alle informazioni sulla pandemia. L’indice è così calcolato prendendo in considerazione la violenza della folla scatenata sui giornalisti e la repressione statale. 

L’indice della libertà di stampa, tuttavia, ha menzionato solo alcuni casi di soppressione dell’informazione e della libertà di parola da parte della Big Tech.

Per esempio, dopo che il governo federale ha creato una legislazione che richiede alle grandi piattaforme tecnologiche di pagare gli editori per i contenuti, è apparso nel rapporto anche il tentativo di Facebook di bandire i media australiani. Tuttavia, esclude la menzione dell’onnipresente soppressione dell’esposizione di Hunter Biden del New York Post da parte del cartello Big Tech durante le elezioni presidenziali del 2020.

RSF, tuttavia, ha anche lodato Joe Biden per la sua “responsabilità e trasparenza”, nonostante la sua amministrazione sia oggetto di critiche per il divieto ai giornalisti di visitare le zone di confine nel bel mezzo della crescente crisi dei migranti. Il rapporto inoltre non è riuscito a dettagliare la disinformazione ripetutamente diffusa dai media tradizionali.

Sistema di persecuzione del PCC sui giornalisti stranieri

I giornalisti stranieri stanno subendo un’intensa pressione da parte del sistema di persecuzione del PCC, che rende loro difficile svolgere il proprio lavoro. Nell’ultimo anno, i giornalisti che lavorano nel paese hanno ricevuto minacce, molestie ed espulsioni. Nella prima metà del 2020, 18 giornalisti che lavoravano per New York Times, The Wall Street Journal e The Washington Post hanno ricevuto l’espulsione. Inoltre, a settembre, ai giornalisti di Bloomberg, secondo un rapporto del 21 marzo pubblicato dall’International Press Institute, hanno impedito di rinnovare le loro credenziali di stampa.

Il giornalista australiano Cheng Lei, che lavorava per lo strumento di propaganda statale CGTN, ha subito l’arrestato nel febbraio di quest’anno. Altri due giornalisti australiani sono fuggiti dal paese per evitare la persecuzione. John Sudworth, corrispondente della BBC che ha lavorato in Cina per 9 anni, ha lasciato il paese insieme a sua moglie dopo che le minacce si sono intensificate. 

Josep Borrell, portavoce della politica estera dell’UE, ha condannato l’attacco della Cina ai giornalisti.

«L’UE ha ripetutamente espresso le sue preoccupazioni alle autorità cinesi per le indebite restrizioni al lavoro imposte ai giornalisti stranieri e ha riferito di molestie correlate», ha detto Borrell in una dichiarazione .

«La professionalità e l’obiettività dei corrispondenti esteri sono messe sempre più in discussione … [L’UE si alza in piedi] per il ruolo di media indipendenti e affidabili in tutto il mondo … [La Cina dovrebbe] rispettare i suoi obblighi ai sensi del diritto nazionale e internazionale e garantire la libertà di parola e stampa».

William Yang, un giornalista che si occupa degli affari dell’Asia orientale, ritiene che la Cina inasprirà ancora di più le restrizioni sui giornalisti stranieri nei prossimi anni. Ha aggiunto di credere che la libertà di stampa e l’accesso dei giornalisti in Cina diventeranno «danni collaterali» e che Pechino farà utilizzare l’accesso alle credenziali contro i media stranieri. Yang dice che diventerà «sempre più difficile» riferire su questioni delicate.

Macao e Hong Kong

Il sistema di persecuzione del PCC verso i giornalisti sta inoltre reprimendo le libertà di stampa a Macao e Hong Kong. Una delle più grandi emittenti di Macao, il media in lingua portoghese TDM, ha ricevuto la richiesta di conformarsi al sistema politico del PCC sulle narrazioni mediatiche. Secondo Reuters, dopo un recente incontro in cui è divenuto noto al personale che le nuove regole editoriali richiedono loro di promuovere il cosiddetto «patriottismo, rispetto e amore» per la Cina continentale, almeno sei giornalisti si sono dimessi.

I media portoghesi di Macao hanno ampiamente sostenuto le proteste di Hong Kong del 2019. Prima delle proteste, Pechino ha elogiato i media di Macao. Dopo aver coperto gli eventi, le organizzazioni iniziarono a essere indagate dal Partito Comunista Cinese.

«Era vietato alle persone sostenere Hong Kong, era proibito. C’è una sensibilità su Hong Kong… Per loro era qualcosa di grande, come potevano non difenderlo? Retrospettivamente, si potrebbe sospettare che abbiano superato la linea rossa, hanno mostrato un potroppa indipendenza », ha detto a Reuters Eric Sautede, un ex professore universitario di Macao.

A Hong Kong, Pechino sta spingendo burocrati più fedeli nei ranghi dell’emittente pubblica della città, RTHK. Accusato di avere un pregiudizio anti-governativo, la direzione del media è piena di sostenitori del Partito Comunista Cinese che hanno stabilito linee rosse che giornalisti e scrittori non possono oltrepassare. 

Molti membri del personale si autocensurano per evitare che i loro programmi siano cancellati. Una fonte ha dichiarato al South China Morning Post che diversi dipendenti ora vivono nel «terrore bianco». Evitano completamente di intervistare figure controverse a favore della democrazia. 

L’emittente è rimasta colpita da un’ondata di cancellazioni e dimissioni di programmi. Il sindacato del personale del programma RTHK ha affermato che il nuovo team di gestione ha congelato le promozioni e le nuove assunzioni. Tuttavia, si sta concentrando sulla creazione di nuove posizioni, che supportano la ristrutturazione per trasmettere la narrativa del PCC. 

Tradotto da: Monica Padoan

Articolo in inglese: https://www.visiontimes.com/2021/04/26/communist-china-still-worlds-worst-jailer-of-journalists-rsf.html