Plagio della Cina comunista e politica estera asimmetrica

Un classico esempio di plagio si è verificato nell'industria dei semiconduttori, quando l'azienda della Cina Fujian Jinhua ricevette l'accusa di aver rubato la proprietà intellettuale dell'azienda americana Micron.
Ingresso principale del collegio Schwarzman presso l'università Tsinghua di Pechino, il 10 settembre 2016. Il furto di proprietà intellettuale del Partito Comunista Cinese e la politica estera asimmetrica hanno portato a fastidiose perdite per il mondo libero. (Immagine: NICOLAS ASFOURI / AFP tramite Getty Images)

In una recente conferenza alla Tsinghua University di Pechino, Zang Qichao, esperto di marketing e professore in visita, si è vantato della strategia del Partito Comunista Cinese (PCC). Nello specifico si riferiva al modellare le pratiche e le operazioni commerciali sulla base della proprietà intellettuale (IP) e delle tecnologie rubate dalle aziende straniere. L’atto di plagio include lo spionaggio aziendale e la pirateria informatica. Il PCC inoltre costruisce strutture operative attraverso partnership con società straniere che risiedono nella Cina continentale.

Zang ha detto: «Abbiamo plagiato selvaggiamente, copiato selvaggiamente… Quali diritti di proprietà intellettuale? Quale tecnologia brevettata? Prima La prendiamo e poi ce ne occupiamo». Ha aggiunto: «Quando ci guardiamo indietro, le fabbriche sono nostre, le attrezzature sono nostre, la tecnologia è nostra, i brevetti sono nostri… Gli stranieri se ne sono andati».

Un classico esempio di plagio si è verificato nell’industria dei semiconduttori, quando l’azienda della Cina Fujian Jinhua ricevette l’accusa di aver rubato la proprietà intellettuale dell’azienda americana Micron. Così successivamente le è stato vietato di lavorare con le aziende americane.

La Tsinghua University di Pechino (Cina) è il luogo in cui il professore in visita Zang Qichao ha esposto l’uso illimitato del plagio da parte del regime comunista cinese per rafforzare la sua abilità economica e tecnologica. (Immagine: Jon Parry tramite Flickr CC BY 2.0)

A causa della mancanza di competenze nello sviluppo, le aziende cinesi di semiconduttori hanno cercato nuove assunzioni da appaltatori stranieri per essere in grado di competere a livello internazionale. La superpotenza globale ha reclutato con successo ingegneri da aziende come Samsung Electronics e SK Hynix della Corea del Sud.

Secondo l’analista Cheng Xiaonong, l’ex capo redattore di Modern China Studies, la ragione per cui le aziende cinesi non sono motivate a innovare è perché la ricerca e lo sviluppo comportano investimenti rischiosi e costosi. Tali azioni potrebbero non ripagare in futuro. Al contrario, rubare e copiare prodotti popolari ripaga immediatamente.

Plagio e politica estera asimmetrica della Cina

Molte aziende cinesi sono sovvenzionate dal PCC e guadagnano quote di mercato superando i concorrenti con costi inferiori. Così le merci a basso costo inondano il mercato e i paesi diventano dipendenti dalla Cina per produrre articoli a basso costo. Dunque, le materie prime possono essere utilizzate come arma commerciale. L’obiettivo è punire finanziariamente i paesi durante le controversie internazionali.

Durante le guerre commerciali, il plagio della Cina sta nel penalizzare i paesi attraverso tariffe o divieti sulle merci in arrivo. Lo scorso inverno, nonostante le carenze di energia elettrica, la Cina ha vietato le importazioni di carbone e ha imposto pesanti dazi sulle importazioni di vino dall’Australia.

La Cina invita anche le aziende straniere a fare affari all’interno dei suoi confini. Nonostante il fatto che le aziende statunitensi subiscano regolarmente furti di proprietà intellettuale e attacchi di hacking da parte di individui e aziende cinesi, le imprese continuano a cercare l’accesso ai lucrativi mercati cinesi.

Il nuovo stabilimento di Tesla a Shanghai era destinato a rifornire il mercato asiatico ed europeo. Tuttavia, dopo una recente repressione da parte di Pechino per impedire al governo e al personale militare di guidare veicoli Tesla, è ancora da vedere se l’azienda sarà espulsa dal paese in favore dei produttori nazionali di veicoli elettrici.

L’intensa concorrenza tra i produttori automobilistici giapponesi e statunitensi nel corso del 20° secolo è sfociata in una partnership redditizia, che ha contribuito a frenare i giochi asimmetrici di politica estera del PCC. Nella foto, uno stabilimento automobilistico giapponese a East Liberty, Ohio. (Immagine: Nheyob tramite Wikimedia Commons CC BY-SA 4.0)

La sana concorrenza tra Giappone e Stati Uniti ha stimolato la crescita

Le aziende che copiano le pratiche commerciali e le innovazioni degli Stati Uniti, in alcuni casi hanno effettivamente beneficiato gli americani. Lo dimostra per esempio l’ascesa dell’industria automobilistica giapponese negli Stati Uniti. Nel 1930 i giapponesi hanno fatto molto affidamento sul reverse engineering delle auto americane per creare la loro industria automobilistica nazionale.

Le auto giapponesi sono entrate per la prima volta nel mercato americano negli anni ’50, ma non hanno generato vendite significative fino agli anni ’70. All’epoca, un embargo petrolifero imposto dai membri dell’Organizzazione dei paesi arabi esportatori di petrolio (OAPEC) agli Stati Uniti ha portato gli americani ad acquistare veicoli dai consumi più contenuti.

Alla fine, l’importazione diffusa di veicoli giapponesi ha causato uno squilibrio commerciale, affrontata dall’amministrazione Reagan nel 1981. Il Giappone ha accettato di limitare il numero di auto vendute agli Stati Uniti in base a una politica di limitazione delle esportazioni volontarie (VER). Le restrizioni incoraggiarono le case automobilistiche giapponesi a spostare una parte della produzione negli Stati Uniti e ad assumere lavoratori americani.

Le migliori pratiche nella produzione di automobili furono condivise tra Giappone e Stati Uniti a partire dal 1984. In quel periodo una joint venture tra Toyota e General Motors portò alla creazione dello stabilimento New United Motor Manufacturing, Inc. (NUMMI) in California. Grazie alla partnership e al miglioramento degli standard di produzione, l’industria automobilistica giapponese fiorì negli Stati Uniti. Ora supporta oltre 1,6 milioni di posti di lavoro americani.

Tradotto da: Massimiliano Volpato

Articolo in inglese: https://www.visiontimes.com/2021/04/21/ccp-asymmetric-foreign-policy.html