Una Via alla Salute e alla Ricchezza: L’accoglienza

In questi tempi difficili, in cui lo spettro di una pandemia globale si è abbattuto inaspettatamente sulle nostre vite, è facile essere vittime di sentimenti negativi come la paura, la rabbia, la diffidenza. Per molti il mondo all’ improvviso sembra diventato un posto ostile; in ogni luogo o persona può essere nascosto un nemico invisibile pronto a colpire.

Sebbene sul piano fisico sia giusto rispettare le normative di sicurezza per evitare il contagio del coronavirus e contenere la pandemia, è opportuno, tuttavia riflettere, sulla nostra prospettiva interiore riguardo a quello che stiamo vivendo.

Un animo preoccupato, rabbioso o diffidente riflette sul corpo tali emozioni negative andando ad indebolire il sistema immunitario e predisponendoci alla malattia. Influisce, inoltre, sulla nostra qualità di vita  facendoci sentire soli, isolati e con ristrette  prospettive per il futuro. Tutto questo ci fa già “ammalare”, ancora prima che il nemico invisibile ci possa colpire.

Un animo generoso e accogliente, invece, è sereno, accetta quello che l’universo ha predisposto, non lo combatte. Cerca di capire il perché di ogni evento anche se nel momento non sembra positivo. Non giudica ciò che gli accade, lo accoglie, prendendo tutto come un’opportunità per migliorare se stesso. Segue il flusso delle cose per  meglio accordarsi con i piani e le leggi divine. E’ un animo aperto alla vita e agli altri che con la sua positività infonde al corpo forza e vigore per meglio affrontare il futuro.

Lo sapevano bene gli antichi greci che ci hanno tramandato il mito di Filemone e Bauci, dove il tema dell’ospitalità fa da metafora a questa grande virtù dell’animo umano: l’accoglienza.

Pur non essendo tra i più popolari, il mito è stato, tuttavia al centro di numerose opere d’arte e dipinti nel corso della storia.

Ne è bell’esempio un’opera del 1659 del pittore tedesco Johann Carl Loth intitolata Giove e Mercurio ospitati da Filemone e Bauci che analizzeremo di seguito.

Il mito di Filemone e Bauci

Un giorno Giove, ( Zeus per gli antichi greci ) prende la decisione di venire sulla terra per mettere alla prova il comportamento degli uomini, accompagnato da Mercurio ( Ermes per i greci)

I due si presentano in Asia minore nelle vesti di due viandanti e cominciano a bussare alle porte delle case che incontrano per chiedere ospitalità. Nessuno però li accoglie e Giove, triste e adirato, prende coscienza dello scarso senso di accoglienza e dell’egoismo degli uomini.

Giungono infine a una piccola e povera capanna, dove vivono due anziani coniugi, Filemone e Bauci. Gentili e umili, continuano a vivere e volersi bene come il giorno in cui si sono conosciuti.

Filemone e Bauci si mostrano felici nel vedere i due viandanti e offrono loro con generosità tutto ciò che hanno per rifocillarli.

Giove commosso e grato per l’accoglienza ricevuta, decide di svelare la sua identità. Porta l’anziana coppia sulla cima del monte. Da qui, distendendo soltanto una mano, scatena una violenta tempesta che sommerge l’intero villaggio per punire gli uomini egoisti e inospitali.

La misera capanna di Filemone e Bauci, invece, è trasformata in uno splendido tempio d’oro. Il Dio ridona agli anziani la loro salute e giovinezza. Promette, inoltre, di esaudire il loro più grande desiderio: poter morire insieme, senza dover piangere l’uno la morte dell’altro.

Marito e moglie vivono ancora insieme per tanti anni. Un giorno si trasformano in alberi: l’uno in una quercia, l’altra in un tiglio, uniti per il tronco. Giove esaudisce così il loro desiderio rendendoli simbolo dell’amore eterno, ma anche emblema dell’ accoglienza che con le loro fresche fronde continuano a offrire  al viandante.

Il dipinto e la sua composizione

Johann Carl Loth, l’autore di “Giove e Mercurio ospitati da Filemone e Bauci” è un artista tedesco, molto attivo in Italia nel 1600.

Si stabilì  a Venezia dove fu allievo di Pietro Liberi, assorbendo gli stili e le influenze dei pittori locali dell’epoca, in particolare di Giovan Battista Langetti, a sua volta allievo di Rubens.  Soggiornò anche a  Roma dove ebbe modo di conoscere l’opera del Caravaggio e dei Carracceschi,.

In questo dipinto possiamo subito notare l’ influenza del Caravaggio nella gestione del chiaroscuro, sebbene interpretato in maniera morbida e sfumata.

L’influenza del Langetti e di Rubens è, invece, più evidente nel forte risalto plastico dei personaggi, soprattutto nelle figure dei due Dei,  sull’esempio delle statue ellenistiche che Rubens aveva copiato a Roma.

La composizione della scena vede sul lato sinistro la coppia di anziani intenti a servire gli Dei, i volti e le posture marcati da una vita di fatica e povertà. L’uomo tiene in mano con dolcezza e umiltà una brocca, il cui contenuto è presumibilmente appena stato offerto agli Dei viandanti. Ai suoi piedi si fa notare un’oca, un animale domestico prezioso all’epoca che sarà sacrificato sempre in onore degli ospiti.

Questa parte del dipinto ci parla dunque, della generosità dell’ospitalità una qualità che è possibile mantenere anche in condizioni di vita umili e disagiate.

Il lato destro del dipinto vede, invece, Giove seduto in atteggiamento pensieroso. Al centro dell’opera c’è Mercurio, la cui posa si staglia scultorea mentre con il braccio destro indica Giove.

Ed è proprio qui che cade il richiamo del quadro: su quel dito puntato.

La regola aurea, tanto cara ai pittori nella composizione spaziale delle opere, in questo caso mette in evidenza proprio questa richiesta che Mercurio rivolge a Giove di prendersi la responsabilità della situazione.

Una responsabilità che chiama Giove a rivelare  la propria identità e impartire una equa retribuzione per le loro azioni a Filemone e Bauci e all’umanità in genere.

Quel dito puntato racchiude l’essenza del quadro e incarna l’eterna richiesta della giustizia divina da parte degli uomini di cui Mercurio si fa intermediario.

Giove pensieroso sembra sentire il peso di questo onere ed è ritratto nel momento in cui sta valutando le possibili conseguenze delle azioni umane.

Sappiamo poi quale fu la sua scelta.

Giove valutò talmente tanto la virtù del’accoglienza da restituire ai due vecchi la loro salute e giovinezza, assieme a una vita agiata e all’ eternità del loro amore.
Al contrario punì gli uomini egoisti e diffidenti con una tremenda tempesta che li inondò senza possibilità di scampo.

Dovremmo fare tesoro dell’antica saggezza poichè ha tracciato per l’umanità futura il giusto percorso da seguire.

Articolo fornito da Diana Manni, Artista, Toscana, Italia in collaborazione con PIna Fiorucci e Sandro Balducci, professori di lettere.